Visite Guidate (esterni)

Visite guidate (Esterni)

Il colle della croce

Il colle della croce detto del Campuc o dell’Utia, cioè della tesa, accoglie i pellegrini che arrivano. La prima croce, posta sulla cima fu issata nel 1948 e poi rivestita nel 1950. Nel 2005 è stata completamente rinnovata mantenendo le misure della precedente (piedistallo in cemento m. 4; altezza braccio verticale m. 12; braccio orizzontale m. 7; peso q.li 27).  Di notte la sua illuminazione la rende visibile da ogni punto della pianura orientando lo sguardo e l’attenzione dei fedeli anche da lontano. Dal 1992, la collina della croce è un attraente parco naturale con sentieri, piazzole e panchine dove chiunque può trovare ristoro per una consumazione al sacco o per un semplice momento di riposo. Dai piedi della grande croce metallica si gode di uno straordinario panorama.

 

Le porte del ‘castello’

Si entra nel borgo di Castelmonte attraverso due porte. I pellegrini che arrivavano da Cividale ascendevano al borgo da un viottolo ora trasformato in una scala a gradoni, più volte rifatta per vari cedimenti, la quale portava al bel torrione restaurato radicalmente nel 1956. I pellegrini che invece arrivavano dal lato opposto varcavano la porta della Pocacilla o Poklecila (inginocchiatoio in slavo), Un tempo tutti coloro che arrivavano vi sostavano prima di entrare. Tre secoli fa era un piccolo pertugio poi fu allargata. Alla sua sinistra c’è un noce del 1937 e alla sua destra la croce con le statue dei santi Francesco e Chiara d’Assisi.
La natura di vero castello si nota da lontano. Le due porte sino alla fine del XVIII venivano chiuse la sera per difendersi da intrusioni e da ladri o briganti. Sulla torre si notano le feritoie da cui sporgevano moschetti e spingarde per difendersi. Accanto alla torre c’era una stanza che nel 1765 venne attrezzata ad uso di prigione.

 

La viuzza e la piazzetta del pozzo

Una viuzza conduce ad una piazzetta al centro della quale vi è un pozzo del 1645, principale risorsa idrica di Castelmonte fino alla costruzione del primo acquedotto del 1954 (dal 1979 Castelmonte riceve l’acqua dal grande collettore posto sul monte Plagnava). Di fronte sorge la palazzina della Loggia.

 

La piazzola dell’ippocastano e il cimitero

Prima di accedere alla chiesa si trova una piazzola dove getta la sua ombra un grande ippocastano. Luogo di ristoro da dove si domina il paesaggio sottostante. Sino al 1900 c’era qui un tiglio secolare, succeduto a tigli più vecchi. In questo luogo si tenevano anticamente le diatribe regolate dal gastaldo del castello. Seguendo la scalinata che scende si arriva al piccolo cimitero a ridosso del muro della cripta. In esso riposano eminenti figure di Frati Cappuccini. Tra essi spiccano: P. Eleuterio da Rovigo e P. Arcangelo da Rivai morto in concetto di santità dopo aver celebrato il sacramento della Riconciliazione per 33 anni in questo santuario.

 

La facciata e il campanile

La fondazione della chiesa risale al decennio 1469-1479. La facciata venne rifatta nel 1930. Il mosaico posto sulla mezzaluna sopra la porta d’ingresso, è opera dell'artista trevigiano Angelo Gatto ed è stato posto qui nell’agosto del 1979. Sulla facciata verso sud è incastonata una ‘Madonna col Bambino lattante’, bassorilievo in marmo bianco della fine del quattrocento. Il busto di P. Eleuterio ricorda il primo custode Cappuccino del santuario. Il campanile, del 1475, fu modificato da tre sopraelevazioni; l’ultima è del 1954. Sull’angolo del campanile troviamo varie iscrizione segno dei tempi e delle successive ricostruzioni.

 

I fulmini.

All'esterno, guardando in vari punti il tetto del santuario e dei vari edifici, si scorgono piccole punte in metallo poste un po’ dovunque: è il sistema di parafulmini. Quella dei fulmini è una caratteristica ricorrente delle creste rocciose dei monti, ma qui occorre qualche attenzione in più. Il Friuli-Venezia Giulia, infatti, è la regione che detiene il primato europeo di fulmini caduti. 
Tristemente noto, a Castelmonte, il fulmine che colpì il santuario il 21 settembre 1469, causando pure un furioso incendio che devastò chiesa e campanile.  Prima ancora, le cronache ricordano che, nel 1328, “il sacerdote Domenico del Monte morì colpito da una folgore”.
Un primo progetto di parafulmine si ebbe alla fine del 1700, ma intanto i fulmini colpivano liberamente e paurosamente insieme al vento che squassava le povere strutture e faceva regolarmente volare le tegole dai tetti. Quello dei violenti fenomeni temporaleschi rimane tuttora uno dei ricorrenti problemi di manutenzione del santuario.


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